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Giorgio, Gino e Liliana

Giornata della Memoria 2022

L’8 settembre 1943, il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio proclamò l’Armistizio con le forze anglo-americane. L’Italia, fortemente colpita dai bombardamenti, interrompe l’alleanza con i tedeschi.  All’indomani dell’8 settembre, le truppe tedesche occupano il settentrione d’Italia e i fascisti in fuga fondano la Repubblica Sociale Italiana.  Immediatamente hanno inizio i rastrellamenti di ebrei a Roma, Firenze e in altre città. Intere famiglie vengono caricate sui vagoni diretti a Auschwitz, in Polonia.

Giorgio, Gino e Liliana: Tre storie di tre italiani nel giorno della memoria 2022

Tra Firenze e Assisi era solito allenarsi Gino Bartali, all’epoca già vincitore di due Giri d’Italia (1936 e 1937) e del Tour de France (1938). Ginettaccio si preparava alle grandi corse a tappe, che sarebbero riprese dopo il conflitto, e per questo percorreva tanti e tanti chilometri con la sua bici.

Giorgio Perlasca si trovava a Budapest quell’8 settembre e, rifiutando di aderire alla Repubblica Sociale Italiana, venne internato per alcuni mesi in una residenza riservata ai diplomatici. Solo un anno dopo, sfuggendo ai controlli sugli internati, inizia a collaborare con l’ambasciata spagnola in Ungheria e con l’Ambasciatore Briz, che rilasciava salvacondotti per i cittadini ungheresi di origine ebraica.

A fine novembre del 1943 la Repubblica Sociale Italiana, attraverso l’ordine di polizia nr. 5, annunciò che gli ebrei sarebbero stati arrestati e inviati nei campi di concentramento.

Il 10 dicembre 1943, Liliana Segre e la sua famiglia fuggirono in direzione Lugano. Respinti dalle autorità elvetiche, furono arrestati il giorno dopo. Liliana, dopo aver vissuto il trauma dell’espulsione dalla scuola a causa delle leggi razziali del 1938, venne imprigionata all’età di 13 anni.

Bartali invece, costretto ad indossare la divisa della Guardia Nazionale Repubblicana, continuava i suoi allenamenti tra Umbria e Toscana. All’interno del telaio e della sella della sua bicicletta, nascondeva quanto necessario – tra timbri e fotografie – per fabbricare i documenti che avrebbero aiutato gli ebrei rifugiati nella loro fuga. Quando veniva fermato e perquisito, chiedeva espressamente che la bicicletta non venisse toccata, in quanto – sosteneva – le diverse parti del mezzo erano state attentamente calibrate per ottenere la massima velocità.

Liliana fu trasferita con suo padre ad Auschwitz il 30 gennaio del 1944. All’arrivo nel campo venne separata dal padre, che non rivide mai più. Il numero, che le fu tatuato sull’avanbraccio e che serviva a identificarla, era il 75190. Lavorò presso una fabbrica di munizioni per circa un anno e poi, a fine gennaio del 1945, affrontò la marcia della morte verso la Germania.

A fine novembre 1944, l’Ambasciatore Ruiz viene richiamato in patria e Perlasca si presenta alle autorità locali, filo naziste, come suo sostituto. Con il rischio di essere scoperto e con la necessità di reperire i viveri per i rifugiati, riesce ad evitare la deportazione di oltre 5000 ebrei fino all’arrivo dell’Armata Rossa.

Bartali, sospettato di attività antifasciste, era tenuto sotto stretta sorveglianza. Questo non lo dissuase dal nascondere la famiglia Goldenberg in uno scantinato in comproprietà con il cugino. I Goldenberg vi rimasero fino all’arrivo degli Alleati a Firenze, nell’agosto del 1944.

Giorgio Perlasca non raccontò a nessuno la sua storia di altruismo, solidarietà e coraggio, fino a quando – negli anni ottanta – alcune ebree ungheresi si misero alla ricerca del diplomatico spagnolo che le aveva salvate. Riuscirono così a rintracciarlo nella città di Padova, portando alla luce la sua storia, fino a quel momento rimasta nell’ombra. Perlasca sarà in seguito riconosciuto Giusto tra le Nazioni. 

Anche Gino Bartali non fece parola alcuna delle sue encomiabili azioni, che hanno contribuito a salvare oltre 800 persone. Ritorna al suo ciclismo vincendo il Giro d’Italia nel 1946 e nuovamente il Tour de France nel 1948. Solo nel 2013, grazie alla testimonianza di Giorgio Goldenberg, viene riconosciuto Giusto tra le Nazioni.

Il 1° maggio 1945, l’Armata Rossa liberò Liliana Segre dal campo di Malchow. Da quel momento Liliana diviene una testimone instancabile, portando nelle scuole il racconto della sua sofferenza e di quella dei compagni di prigionia. Il suo contributo alla perpetuazione del ricordo è stato premiato dal Presidente della Repubblica Serio Mattarella, che – nel 2018, in occasione dell’80° anniversario delle leggi razziali fasciste, ha voluto nominarla senatrice a vita “per avere illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale”.

Giorgio, Gino e Liliana rappresentano, con le loro azioni e la loro testimonianza, il meglio dell’umanità contro le atrocità della guerra e contro ogni tipo di persecuzione.

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